
L’ATTACCO DI
PANICO NELL’IMMERSIONE IN APNEA
(caratteristiche, gravità e confronto con i sommozzatori)
(*psichiatra,
psicoterapeuta, AMP-Ve Associazione Medici Psicoterapeuti Venezia)
Premessa
Statistiche del DAN (Divers Alert Network) [1] sostengono che il panico è stato responsabile del 20-30 percento degli incidenti mortali in immersione ed è probabilmente la prima causa di morte nelle attività subacquee. In una situazione di panico, il sub o l’apneista hanno una sola cosa in mente: raggiungere la superficie il più rapidamente possibile con le conseguenze che ciò può comportare.
Secondo Zeidner [2] nelle situazioni d’ansia:
a. L’individuo percepisce la propria situazione come minacciosa, difficile o impegnativa.
b. L’individuo considera la sua capacità di far fronte a questa situazione come insufficiente.
c. L’individuo si concentra sulle conseguenze negative che conseguiranno al suo fallimento (di risolvere i problemi), piuttosto che concentrarsi sul trovare delle possibili soluzioni alle sue difficoltà.
L’ansia persistente per un lungo periodo di tempo può degenerare in uno stato di panico.
Caratterizzata da sintomi fisiologici, a volte di tipo neurovegetativo, può produrre sia sintomi di tipo fisico che psicologico. L’ansia può determinare dubbi sulla natura e la realtà della minaccia così come dubbi riferiti a se stessi relativi alla capacità di affrontare la situazione. I sintomi fisici possono variare grandemente, dalla sudorazione delle mani e la tachicardia delle forme medie fino all’agitazione psicomotoria, alla paralisi emotiva o allo scatenarsi di un attacco di panico o di una reazione fobica.
La differenza è solo un
fatto tecnico. I sintomi dell’ansia variano da persona a persona, da una
situazione all’altra e anche da un momento ad un altro nello stesso soggetto.
L’ansia serve ad uno scopo ben preciso: è un allarme
ad una minaccia, che ha un valore di sopravvivenza. La fuga è la risposta
comportamentale più tipica alla paura. Occasionalmente è però necessaria un’azione
diretta (combattere invece di scappare) e un’attivazione fisiologica può
provocare a volte una reazione da eroe, come attaccare uno squalo o gettarsi
nelle acque fredde di un fiume per salvare un cane che sta per affogare.
Alcuni studi hanno evidenziato che un livello medio di ansia garantisce una prestazione ottimale in certe situazioni. Le persone che sperimentano un grado di ansia che va da leggera a moderata hanno un grado di “arousal” che consente loro un livello prestazionale migliore delle persone che non provano ansietà. Un livello medio provoca a volte un aumento della motivazione a concentrarsi sulle proprie finalità. Un eccesso tende, invece, a far incentrare l’individuo su se stesso e sulle proprie paure allontanandolo dai suoi obiettivi. Un basso livello d’ansia può aiutare il subacqueo ad essere più prudente. Un eccessivo stato d’ansietà può condurre a quella dimensione cognitiva e percettiva ridotta, nella quale la concentrazione e l’attenzione del subacqueo può spostarsi su timori interiori facendogli trascurare aspetti importanti, come la risalita lenta verso la superficie.
Il panico, invece, può essere un segnale quando si presenta uno stimolo oppure può insorgere in modo spontaneo se si presenta in assenza di un elemento scatenante (a parte, forse, un semplice pensiero o un’idea); in confronto con “l’attacco o fuga” dell’ansia, i segni e i sintomi del panico sono più pronunciati. L’attacco di panico ha un esordio improvviso, raggiunge molto rapidamente un picco sintomatologico (10 minuti o meno dall’insorgenza), svanisce entro 60 minuti ed è spesso accompagnato da un senso di catastrofe imminente e dall’urgenza di allontanarsi. La sintomatologia del panico è molto più debilitante della crisi d’ansia; il pensiero razionale viene sospeso e le persone possono restare bloccate, ad esempio rimangono fisse in una posizione oppure reagiscono in modo imprevedibile o in modo da mettersi in pericolo [3].
L’ansia può essere scatenata da un’infinità di fattori e pochi luoghi
possiedono un’abbondanza di stressor come il mare. In almeno un’occasione il mare ha favorito l’emergere dei timori più
estremi della razza umana, dalla paura di cascare a capofitto in un abisso
sconosciuto al terrore di essere divorato da un mostro marino, al timore dell’ambiente
che sta sopra, quando ci si trova in profondità.
Tre sono le principali fonti dalle quali possiamo
trarre le informazioni per la valutazione dell’ansia:
1. i parametri fisiologici
2. il comportamento
3. ciò che il soggetto riferisce
Gli apneisti professionisti sono addestrati a
riconoscere in loro stessi e negli altri i sintomi d’ansia [4], che si possono
riepilogare nei seguenti atteggiamenti:
-
Respirazione accelerata o iperventilazione
-
Tensione muscolare
-
Articolazioni bloccate
-
Occhi spalancati o evitamento del contatto visivo
-
Irritabilità o distraibilità
-
Comportamento di “fuga verso la superficie”
-
Temporeggiare, ad esempio impiegare troppo tempo a preparare
l’attrezzatura o ad entrare in acqua
-
Problemi immaginari riferiti all’attrezzatura o alle orecchie
-
Essere logorroici o diventare distaccati e
silenziosi
-
Mantenere una presa stretta in acqua con la scaletta della barca o con
la cima dell’ancora
E’
fondamentale che gli istruttori imparino ad intervenire prima che lo stato
d’animo o gli eventi stressanti diventino eccessivi determinando sfinimento,
panico o un incidente subacqueo. Se ansia e sintomi
scatenanti del panico aumentano, la capacità dell’apneista di identificarli e
trovare una risposta adeguata diminuisce. In una situazione impegnativa
è molto difficile per l’apneista riconoscere e interrompere l’escalation
dell’ansia prima che raggiunga le proporzioni del
panico.
Anche il comportamento del soggetto (risalire velocemente per uscire dall’acqua, irritabilità, atteggiamento sprezzante del pericolo, ecc.) al pari dei parametri fisiologici è estremamente variabile da individuo a individuo e non correla in maniera stretta con la sensazione soggettiva di ansia: per questo motivo non può essere assunto, da solo, come punto di riferimento per individuare e misurare l’ansia.
La fonte primaria di informazione
rimane pertanto ciò che riferisce il soggetto potendo, gli altri due campi
(aspetti fisiologici e comportamentali), contribuire soltanto a sottolineare, a
confermare o ad amplificare quanto viene comunicato. Un apneista può apparire
tranquillo e non avere alterazioni di respiro e battito cardiaco, ma presentare
poco dopo un attacco di panico.
Anche apneisti con molti anni di esperienza possono sperimentare un attacco di panico. Una possibile spiegazione è data dall’ipotesi che in tali situazioni l’atleta, perdendo la familiarità con gli oggetti dell’ambiente circostante, sperimenti una forma di deprivazione sensoriale. Questo fenomeno è stato definito “Blu Orb Syndrome”, che ha delle caratteristiche che lo avvicinano all’Agorafobia che può accompagnare il panico sulla terraferma.
Gli attacchi di panico, secondo il DSM-IV-TR [5], possono manifestarsi nel contesto di qualsiasi Disturbo d’Ansia come pure in altri disturbi psichici (fobia sociale, fobia specifica, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo post-traumatico da stress o disturbo d’ansia di separazione) e in alcune condizioni mediche generali. Si suddividono in:
a) attacchi di panico inaspettati (non provocati):
l’apneista non ha alcun fattore di stress e avverte l’attacco a “ciel sereno”;
b) attacchi di panico causati
dalla situazione (provocati), che si manifestano subito dopo
l’esposizione a, o nell’attesa di, uno stimolo o fattore scatenante
situazionale, come il disorientamento in una tana o in una grotta, una
visibilità molto ridotta o il non vedere più il compagno di immersione.
c) attacchi di panico sensibili alla
situazione, che sono simili agli attacchi del punto b), ma non sono
invariabilmente associati allo stimolo e non si manifestano necessariamente
subito dopo l’esposizione (ad esempio, un attacco di panico può manifestarsi
dopo mezz’ora da quando si è incrociato uno squalo o dopo aver effettuato una
discesa nel “blu” lontano dalla parete).
Un semplice pensiero o un’associazione può spesso far partire una reazione a catena di pensieri, come la seguente: “Ho troppo peso – Che succede se vado a fondo troppo velocemente? – Potrei rompermi un timpano – Nessuno potrebbe essere in grado di raggiungermi in tempo – Potrei finire sul fondo a oltre 25 metri lontano dalla barriera corallina – Potrei essere ferito – Sto per annegare – Panico!”
Rimane un interrogativo: perché alcune persone vanno
incontro ad un attacco di panico, mentre altri mostrano solo ansietà e riescono
a gestire la situazione razionalmente. I fattori possono essere diversi, tra i
quali:
·
l’importanza specifica dello stimolo esterno per
l’individuo coinvolto,
·
il fatto che ci sia stato uno specifico addestramento
e
·
i risultati che l’addestramento ha avuto nel
rafforzare le difese e l’adattabilità dell’individuo nei confronti di
situazioni impreviste.
Rimane, comunque, difficile sul piano clinico prevenire l’attacco di panico e conoscere i criteri che possano consentire all’apneista di ridurre il rischio dell’insorgenza di un attacco di panico durante la sua attività immersiva.
Il DSM-IV-TR comprende tra i Disturbi d’Ansia anche la Fobia specifica, che è definita come “Paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazioni specifici”. L’esposizione allo stimolo fobico provoca una risposta ansiosa immediata, che può prendere forma di un attacco di panico situazionale o sensibile alla situazione. La persona riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole ed evita la situazione oppure la sopporta con intensa ansia e disagio.
Esistono vari sottotipi di fobia specifica; quelle
che si possono presentare durante lo svolgimento di un’attività subacquea si
possono classificare nel modo seguente:
Tipo Animali. Questo sottotipo si riferisce alla paura dei pesci (Ittofobia) o, in
modo più specifico, degli squali o Elasmofobia. A quest’ultima è correlata la
Fagofobia o la paura di essere mangiati vivi. Questo sottotipo ha il suo
esordio generalmente nell’infanzia.
Tipo Ambiente Naturale. Comprende la Talassofobia, che è un’irrazionale timore del mare, l’Idrofobia o paura dell’acqua (che esordisce solitamente nell’infanzia), la Batofobia o paura della profondità o di andare a fondo in caso di immersioni profonde e la Nictofobia o paura del buio in caso di immersioni notturne.
Tipo Situazionale. Include la Claustrofobia (paura di essere chiusi o incastrati) che può manifestarsi nelle immersioni in relitti o nella speleologia subacquea, la Barofobia (paura di essere schiacciati) scatenata dall’idea che la massa d’acqua che sta sopra possa schiacciare il subacqueo.
Altro tipo. Alcuni stimoli possono scatenare altre fobie come la Tanatofobia (paura di morire) o la Pnigofobia, che è la paura di non riuscire a respirare o di soffocare.
In ambito clinico il sottotipo più frequente è quello Situazionale, seguito dalla paura degli animali (squali, nel caso di chi effettua immersioni).
Sono stati somministrati, in modo random, a 100
atleti con un’elevata esperienza da apneisti, definita come la presenza di
un’attività sportiva continuativa di almeno due anni o
con un numero di oltre 500 immersioni all’attivo, due questionari:
1. un questionario a domande
aperte centrato sulle motivazioni e sui comportamenti relativi all’attività
subacquea,
2. la versione italiana di S.
Capodieci e M.L. Gargiulo del Clinical Anxiety Scale (CAS) di Thyer, un
questionario a 25 item con risposte da 1 a 5 (da mai a spesso) che valuta la
quantità, il grado e la gravità dell’ansia di stato di un soggetto. Il CAS ha
un’eccellente consistenza interna e con un range da 0 a 100 fornisce un cut-off
tra ansiosi e non ansiosi al punteggio > a 30.00 [6].
La selezione del campione di apneisti è stata effettuata tra quanti hanno risposto ai questionari tramite
il sito Internet www.psychodive.it, che dava anche la
possibilità di chiedere chiarimenti al ricercatore attraverso la posta
elettronica.
Risultati
Il campione
di apneisti preso in esame è composto nel 95%
da uomini e nel 5% da donne, l’età media è risultata essere di 33 anni con un range che va dai 18 ai
51 anni; il numero
medio di immersioni è stato 642. Il gruppo esaminato
ha riportato un punteggio medio al test sull’ansia di 12.00 con un range da 0 a
40.
Il 6% ha ottenuto un punteggio maggiore di 30.00, che è
il cut-off che indica la presenza di ansia e
precisamente un punteggio medio di 36.00 (range: 32-40). Si tratta di apneisti
con un’età media di 31 anni e con una prolungata esperienza di
apnea (dai 2 ai 28 anni). Questo gruppo ha presentato episodi di panico
nell’83.5% e si trattava nel 16.5% di episodi
inaspettati, mentre nel 67.0% erano attacchi di panico causati dalla
situazione.
Per quanto attiene la motivazione alla pratica
dell’apnea, un quarto degli apneisti spiega che è l’amore per il mare e la
natura che lo ha spinto ad iniziare questa attività.
Il 21% afferma che si tratta di una passione presente sin dall’infanzia, mentre
il 15% spiega che è stato un parente o un amico ad “iniziarli” a questo sport.
In specifico nella metà dei casi si trattava del padre, in ¼
era stato un amico e in percentuale minore il fratello maggiore o uno
zio. Il 15% dei soggetti intervistati riferisce che la pratica dell’apnea si
correla alla passione per la pesca subacquea, nel 14% invece è stata la
curiosità a spingere ad iniziare e, infine, un 10% imputa la motivazione per
l’apnea al fatto di vivere nelle vicinanze del mare.
Il piccolo campione femminile riporta come
motivazione la curiosità nel 75% dei casi, un’amica nel 12,5% e l’amore per il
mare (12.5%).
Nella Tabella N. 1 è riepilogato lo stato emotivo provato dall’apneista
quando programma l’immersione:
|
Galvanizzato,
elettrizzato, molto eccitato 22% |
|
Felice
22% |
|
Calmo, ma un po’
emozionato 13% |
|
“Benissimo”
10% |
|
Entusiasta,
emozionato
10% |
|
Ansioso 6% |
|
Concentrato
5% |
|
Libero 5% |
|
Impaziente
4% |
|
Pensieroso e
desideroso di “catturare” 3% |
Tabella 1. Stato emotivo provato dall’apneista quando programma l’immersione
Come si può desumere - osservando i dati in evidenza
- le emozioni che vanno dalla gioia all’eccitazione
rappresentano ben il 77% delle risposte.
Per quanto riguarda le donne la felicità è il sentimento prevalente (40%), in
percentuale inferiore quando si programma l’immersione è presente il sentirsi concentrata
e piena di aspettative (20%), uno stato d’ansia (20%) e il sentirsi al tempo
stesso felice e ansiosa (20%).
FARE APNEA RAPPRESENTA
|
|
Un
Hobby
24% |
|
Un
modo per liberarsi dai pensieri del lavoro |
|
o dallo stress che la vita può presentare, un |
|
momento di relax e di ricarica 24% |
|
Ricerca
di se stesso, voglia di migliorarsi, |
|
desiderio di purezza, un modo per assaporare il
silenzio 14%
|
|
Un
tuffo in un’altra dimensione |
|
(mondo
incantato, oasi di relax) 12% |
|
Una
delle cose più belle della vita 10% |
|
Tutto
5% |
|
Sfida
con me stesso e le mie capacità[*] 4% |
|
Attività
che appaga corpo e mente 3% |
|
Occasione
per stare in compagnia 3% |
|
Pescare
1% |
|
[*] 1/2 di quanti hanno dato questa risposta
hanno riportato punteggi alti al test |
|
|
Campione femminile
|
|
Un
Hobby
20% |
|
Libertà
20% |
|
Un
divertente lavoro
20% |
|
Una
delle poche situazioni che non vivo con ansia [*] 20% |
|
Sfida
con me stessa
20% |
|
[*] il punteggio al test è stato molto alto (40) |
Tabella 2. Cosa rappresenta per l’apneista la sua attività
In sintesi l’apnea rappresenta un hobby rilassante o un momento importante di evasione nel 79% e una ricerca e/o una sfida nel 21% degli atleti
intervistati.
La domanda che esplora i vissuti provati
dall’apneista quando si trova sott’acqua è quella in cui predomina maggiormente
la soggettività dell’atleta, come è riepilogato nella
Tabella N. 3.
|
Quando è sott’acqua l’apneista si sente: |
|
Bene,
calmo, rilassato
16% |
|
Felice
9% |
|
Libero
9% |
|
In
un mondo accogliente e affascinante 8% |
|
Attento
e concentrato
7% |
|
Cullato
6% |
Un tutt’uno con il mare o il lago 5%
|
|
Ovattato
con una sensazione di estraneità 4% |
|
Come
se volasse
4% |
|
In
tensione 4% |
|
Attento
al proprio corpo e ai suoi segnali 4% |
|
Un
pesce (delfino,
un pesce “generico”, un pesce di lago) 4% |
|
Gioia
nell’osservare i pesci e nella cattura 4% |
|
Più
vicino al suo nucleo emotivo 3% |
|
Al
tempo stesso piacere e attenzione 3% |
|
Un
trionfo di emozioni
3% |
|
In
battaglia con la mia tensione
interna
2% |
|
Desidero
osservare, esplorare 1% |
|
Un
predatore vincente
1% |
|
“Sento
il tempo che passa veloce” 1% |
|
“Sento
il tempo che si ferma” 1% |
|
“Non
penso a nulla”
1% |
|
Le
sensazioni delle donne: |
|
Calma,
rilassata, in pace 80% |
|
Ansiosa
20% |
Tabella 3. Vissuti dell’apneista
quando si trova sott’acqua
Gli episodi
di attacco di panico presi in esame nel
campione di apneisti sono risultati:
|
Provocati
dalla situazione
53% |
|
Avvenuti
nell’attesa della situazione 29% |
Inaspettati 5%
|
|
Non raccontano nulla 13% |
Gli attacchi di panico provocati dalla situazione sono
così classificabili:
|
Rumore
di un natante 9% |
|
Condizioni
meteomarine
8% |
|
In
risalita, dopo aver ‘tirato troppo’ l’apnea 8% |
|
Solo,
lontano da riva 7% |
Sagola che si impiglia 5%
|
|
Incontro
con squalo o grossa murena
3% |
|
Non
trovare l’uscita in un grotta 3% |
|
Problemi
con l’attrezzatura: 2% |
|
Attardarsi
troppo in una battuta di pesca
2% |
|
Vedere
il compagno in difficoltà 2% |
|
Disperso
a 5 miglia dalla costa 1% |
|
La
vista di una rete da pesca 1% |
|
Trovare
una turbolenza in risalita 1% |
|
Spillone
porta pesci che si incastra 1% |
Gli attacchi di panico verificatisi nell’attesa di una situazione scatenante sono stati i seguenti:
|
Idea
di incontrare uno squalo: * 7% |
|
La
situazione precedente, ma in acque torbide:
9% |
|
Sensazione di malessere: |
|
fisico (stanchezza, indigestione, crampi) 6% |
|
mentale ( pensieri relativi allo stress della |
|
propria vita,
paura dell’immersione) 3%
|
|
Paura
del Blu 4% |
[*o un’altra creatura aggressiva]
Il gruppo di controllo è rappresentato da 100
subacquei (M: 75%, F: 25%) con un’età che
va dai 22 ai 54 anni (età media: 38 aa), un numero di anni
di pratica della subacquea che va dai 2 a 29 anni (media: 11) e un numero medio immersioni
di 551 (range: 20-3271). Il punteggio realizzato al test per l’ansia è stato
leggermente più alto con una media di 15.00 e un range da 1 a 52.
Gli episodi di panico sono stati nel
48% dei casi provocati dalla situazione, nel 12% sono avvenuti
“nell’attesa di una situazione scatenante”, nel 20% inaspettati, nel 4%
sensibili alla situazione. Il 16% dei subacquei non ha sperimentato episodi di
panico.
|
EPISODI
DI PANICO “provocati dalla situazione”: 48% |
|
Problemi
con l’attrezzatura: 18%
(maschera, torcia,
erogatore, GAV) |
|
Condizioni
meteomarine: 14% (mare agitato, acqua torbida, forte corrente) |
|
In
grotta non trovare l’uscita:
8% |
|
Non
vedere più il compagno:
5% |
|
Problemi
attrezzatura del compagno: 3% |
|
EPISODI
DI PANICO avvenuti “nell’attesa di una situazione scatenante”: 12% |
Eccessiva profondità (Narcosi?): 4 %
|
|
Paura
del Blu: 4
% |
|
Non
vedere la barca: 4% |
|
EPISODI
DI PANICO “sensibili alla situazione”: 4% |
Idea che la tecnologia possa tradire
all’improvviso
|
Tabella 4. Classificazione degli episodi di panico nel gruppo di controllo dei subacquei
Discussione
Per quanto riguarda i dati anagrafici
si può sottolineare come la percentuale di donne – anche se in aumento – è
forse ancora minoritaria in questo sport che non presenta preclusioni in base a
differenze di sesso. Per quanto attiene l’età, il campione indagato presenta
un’età media di 33 anni che appare elevata se confrontata con altri sport;
forse la proposta di un’attività subacquea dovrebbe essere maggiormente estesa
alle fasce di età più giovanili. In sintesi, un
maggior numero di donne e di persone giovani dovrebbe andare ad incrementare la
popolazione degli appassionati del mondo sommerso.
Gli anni di pratica e il numero di
immersioni testimoniano, invece, un buon livello di “fedeltà” verso
l’attività dell’apnea.
E’ apprezzabile che nella scelta dell’apnea
prevalgano valori come l’amore per il mare, la scelta di una passione condivisa
da un amico o da un familiare. Che distanza nella
scala di valori che porta molti giovani a prediligere altri sport! Passione,
desiderio di scoperta, curiosità, amore per la natura rappresentano
una scala di valori che anche altri sport dovrebbero condividere.
La programmazione dell’immersione si caratterizza
per una predominanza di emozioni che vanno dalla calma
alla felicità. La concentrazione, l’ansia, l’emozione, che caratterizzano
lo stato emotivo di circa 1/5 degli apneisti sottolineano come si tratti di
un’attività che richiede un training meticoloso e attento.
L’apnea, in base ai risultati forniti dal campione
in esame, è nel 77% dei casi caratterizzata da
emozioni che vanno dalla gioia all’eccitazione; questo può spiegare il forte
livello di partecipazione emotiva e di continuità che si è riscontrata in
questo gruppo di sportivi.
Per l’apneista la sua
attività rappresenta nel 79% un hobby, inteso nel senso di un modo per
liberarsi dallo stress del lavoro e della quotidianità, un occasione di relax o
di ricarica. E’ significativo che solo nel 3% dei casi
l’apnea sia vista come un’occasione per stare in compagnia, sarebbe infatti il
caso di approfondire gli aspetti individualistici insiti in questa attività che
eppure ha numerose opportunità di tipo “comunitario” come associazioni, stage,
club e circoli. Forse l’apnea sintetizza un desiderio ambivalente di
un’attività che al tempo stesso offra occasioni di
condivisione e altrettanti momenti in cui stare solo. Per il 21% degli intervistati l’apnea è principalmente una ricerca di se
stessi, una sfida con le proprie capacità, un modo per assaporare il silenzio.
Quando si va sott’acqua l’aspetto soggettivo
prende il sopravvento. Nel momento in cui si varca la linea
di confine rappresentata dalla superficie del mare o del lago si aprono
dimensioni individuali che non consentono facili categorizzazioni. I
vissuti vanno dall’identificazione con l’elemento liquido o con i suoi
legittimi abitanti (pesci, delfini, lucci) alla sensazione di volare, dal
predominio di sensazioni di libertà, felicità a quelle di attenzione,
tensione o concentrazione sul proprio corpo. Alcuni hanno la sensazione di
essere cullati (“come un bimbo tra le braccia della madre” riporta un atleta)
oppure un senso di ovattamento o di estraneità. Anche
la dimensione temporale va dalla percezione di accelerazione
a quella del tempo che si ferma.
Episodi di panico sono riportati dall’87%
dei soggetti del campione esaminato. E’ un dato che deve fare riflettere
sull’opportunità di esplorare meglio la dimensione emotiva di quanti decidono
di praticare questa attività, che può essere praticata
anche da soggetti ansiosi a patto che riescano ad avere elementi sufficienti
per riconoscere il proprio stato d’animo. Se si potrà riuscire a ridurre il
numero di episodi “provocati dalla situazione” (condizioni
meteomarine, passaggio di imbarcazioni nella zona di immersione, difficoltà con
l’attrezzatura, ecc.) grazie all’addestramento o alla possibilità di annullare
un’immersione se le condizioni del mare lo sconsigliano, più difficile è
riuscire a far qualcosa per quel 29% di episodi che si sono verificati
“nell’attesa della situazione scatenante” (idea di incontrare uno squalo,
sensazioni di malessere sia fisico che psichico dovute a somatizzazioni
dell’ansia o la paura del blu). In questi casi è solo la maturità dell’apneista
che può portarlo a decidere di interrompere o rinviare a “momenti
psicologicamente migliori” quanto programmato. E’ evidente che solo così si
riuscirà a ridurre il numero di incidenti subacquei
secondari ad attacco di panico che possono verificarsi nello svolgere questa
attività.
Evidentemente per gli attacchi di panico che
avvengono in modo inaspettato non è possibile nessuna
prevenzione di tipo ambientale o addestrativo.
Il confronto con il gruppo dei sommozzatori può
suggerire alcuni spunti di riflessione. La percentuale di episodi
di attacchi di panico presente nell’84% dei subacquei è molto vicina a quella
rilevata negli apneisti. Una percentuale inferiore di episodi
“avvenuti nell’attesa della situazione” (12% verso il 29%) potrebbe essere
dovuta la fatto che il subacqueo ha una ridondanza di attrezzatura decisamente
superiore rispetto all’apneista e il guardare il manometro, il verificare i
dati sul computer o l’osservare l’erogatore possono svolgere una funzione
“distraente” rispetto a catene associative di pensieri che possono portare
all’episodio di panico. Se però aggiungiamo il 4% di episodi
di panico “sensibili alla situazione” presenti solo nei subacquei e consistenti
nell’idea che la “tecnologia possa tradire all’improvviso”, ecco che il divario
con gli apneisti si riduce [7].
Il dato più importante è però riconducibile alla significativa differenza negli episodi inaspettati, quelli
che avvengono senza associarsi ad uno stimolo emozionale, che sono del 5% negli
apneisti e arrivano al 20% nei subacquei con ARA del nostro gruppo di
controllo. Questa differenza può ricondursi oltre alle differenze “tecniche”
tra i due sport anche la diversità di selezione che esiste tra l’addestramento
ai corsi di apnea e quelli dei corsi ARA diventati
troppo brevi, troppo accessibili e senza rigorose preparazioni dal punto di
vista psicofisico.
Il 10% degli
apneisti ha riportato che l’apnea
rappresenta la forza che ha dato
l’aiuto necessario per superare l’ansia e il panico. Questo potrebbe spiegare
come mai - nonostante l’alta frequenza di episodi - nessuno
abbia pensato di interrompere la propria attività di apneista.
L’8 % dei sub con ARA, invece, dopo l’episodio di panico ha interrotto le immersioni per un periodo che va da alcune settimane ai 2 anni.
L’apnea può rappresentare,
quindi, di per
se stessa una sorta di terapia contro
il panico e l’ansia.
Occorre ricordare, comunque,
l’importanza specifica dello stimolo esterno per l’individuo coinvolto, il
fatto che ci sia stato uno specifico addestramento e i risultati che
quest’ultimo ha avuto nel rafforzare le difese e l’adattabilità dell’individuo
nei confronti di situazioni impreviste.
Considerazioni
conclusive
Questa ricerca ha consentito - differenziando gli
apneisti per sesso, età, numero di immersioni
effettuate – di conoscere le motivazioni che hanno spinto ad intraprendere
questa attività, i vissuti emotivi che si accompagnano alle fasi che precedono
l’immersione, il significato cognitivo ed affettivo che lo sportivo attribuisce
all’andare sott’acqua; il racconto, poi, di pregressi episodi di ansia e panico
provati in immersione ha evidenziato l’alta percentuale di episodi di panico
che si possono presentare nell’attività immersiva dell’apneista. Se si
considera che le percentuali di prevalenza lifetime del Disturbo da Attacco di
Panico nella popolazione generale vanno dal 2 al 3.5%, ci si rende conto di
come la popolazione “subacquea” sia esposta ad una percentuale di episodi di panico decisivamente superiore a quella che
viene considerata la media “normale”.
E’ chiaro che i soggetti che
riportano un alto punteggio nei tratti d’ansia hanno potenzialmente un rischio
più alto di sviluppare un attacco di panico rispetto a
chi riporta punteggi nella norma.
Alcuni test possono identificare una tendenza al panico con un’accuratezza
molto elevata. La predisposizione all’ansia può, comunque,
essere superata con l’aiuto dell’esperienza e dell’addestramento. Escludere,
pertanto, dall’attività subacquea coloro che hanno semplicemente un livello
intrinseco d’ansia maggiore sarebbe difficile e
probabilmente non legittimo. Ci si deve chiedere, comunque,
se l’argomento dell’ansia in immersione sia affrontato a sufficienza in quanto
i rischi collegati al panico potrebbero essere sottovalutati in conseguenza
della necessità di promuovere e “commercializzare” un’attività sportiva. E’
indispensabile, pertanto, che le didattiche dedichino ampio spazio al problema
dell’ansia, del panico e della sua gestione, fin dai primi livelli di addestramento e, in particolare, durante la formazione
degli istruttori.
Bibliografia
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